Europa debole e contagiosa
Uno dei motivi fondamentali di incertezza del sistema monetario mondiale risiede nei dubbi circa la stabilità e la struttura dell’euro, la seconda valuta di riserva del mondo dopo il dollaro. La crescente attrattività di valute alternative come asset di riserva è il riflesso dei nuvoloni politici ed economici che si addensano sulle due principali valute di riserva del mondo. Queste difficoltà hanno diverse ripercussioni. Esse si aggiungono al generale desiderio di altri paesi di procedere a una diversificazione valutaria e rendere il sistema nel suo complesso incline a diversi centri decisionali. di David Marsh

Quelli che anticipiamo sono stralci di un saggio di David Marsh (giornalista e storico del processo di integrazione europea, già columnist del Financial Times e di Reuters, autore del saggio “The Euro: The Battle for the New Global Currency” per Yale University Press) che sarà pubblicato oggi all’interno del 9° Rapporto Nomos&Khaos edito da Nomisma.
Nello studio dedicato alle prospettive economico-strategiche del pianeta, che sarà presentato alle 17 presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, sono contenuti anche saggi di Lucio Caracciolo (direttore di Limes), Stefano Cingolani (editorialista del Foglio), Pietro Modiano (presidente di Nomisma), Umberto Rapetto (consigliere strategico del presidente di Telecom Italia), Davide Tabarelli (presidente di Nomisma Energia). Germano Dottori, docente presso la cattedra di studi strategici della Luiss, è il curatore del rapporto. Sue le conclusioni sulle “scelte difficili all’orizzonte per l’Europa e la Germania”. (mvlp)
Uno dei motivi fondamentali di incertezza del sistema monetario mondiale risiede nei dubbi circa la stabilità e la struttura dell’euro, la seconda valuta di riserva del mondo dopo il dollaro. La crescente attrattività di valute alternative come asset di riserva è il riflesso dei nuvoloni politici ed economici che si addensano sulle due principali valute di riserva del mondo. Queste difficoltà hanno diverse ripercussioni. Esse si aggiungono al generale desiderio di altri paesi di procedere a una diversificazione valutaria e rendere il sistema nel suo complesso incline a diversi centri decisionali, il che potrebbe avere (come non avere) effetti destabilizzanti, a seconda della qualità del processo decisionale e della capacità dei diversi centri di coordinarsi in modo efficace l’un l’altro. Purtroppo, la lunga durata della crisi finanziaria e la conseguente lenta ripresa dalla recessione, in combinazione con le tendenze all’introversione che questo crea generalmente nei governi e negli elettori, possono aggravare queste ultime tendenze; sono fattori che possono rendere i paesi più propensi – piuttosto che meno – a utilizzare la valutazione della loro divisa come arma per garantirsi vantaggi economici e politici.
Nello studio dedicato alle prospettive economico-strategiche del pianeta, che sarà presentato alle 17 presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, sono contenuti anche saggi di Lucio Caracciolo (direttore di Limes), Stefano Cingolani (editorialista del Foglio), Pietro Modiano (presidente di Nomisma), Umberto Rapetto (consigliere strategico del presidente di Telecom Italia), Davide Tabarelli (presidente di Nomisma Energia). Germano Dottori, docente presso la cattedra di studi strategici della Luiss, è il curatore del rapporto. Sue le conclusioni sulle “scelte difficili all’orizzonte per l’Europa e la Germania”. (mvlp)
Uno dei motivi fondamentali di incertezza del sistema monetario mondiale risiede nei dubbi circa la stabilità e la struttura dell’euro, la seconda valuta di riserva del mondo dopo il dollaro. La crescente attrattività di valute alternative come asset di riserva è il riflesso dei nuvoloni politici ed economici che si addensano sulle due principali valute di riserva del mondo. Queste difficoltà hanno diverse ripercussioni. Esse si aggiungono al generale desiderio di altri paesi di procedere a una diversificazione valutaria e rendere il sistema nel suo complesso incline a diversi centri decisionali, il che potrebbe avere (come non avere) effetti destabilizzanti, a seconda della qualità del processo decisionale e della capacità dei diversi centri di coordinarsi in modo efficace l’un l’altro. Purtroppo, la lunga durata della crisi finanziaria e la conseguente lenta ripresa dalla recessione, in combinazione con le tendenze all’introversione che questo crea generalmente nei governi e negli elettori, possono aggravare queste ultime tendenze; sono fattori che possono rendere i paesi più propensi – piuttosto che meno – a utilizzare la valutazione della loro divisa come arma per garantirsi vantaggi economici e politici.
L’aggravamento e la gestione della crisi dell’euro hanno messo a nudo un certo grado di incoerenza e incompetenza dietro un progetto di portata storica, che avrebbe dovuto simboleggiare la leadership globale dell’Europa per un nuovo millennio. Un progetto per sbrogliare la matassa dell’euro non è difficile da concepire. Nel corso di molti anni, le componenti del master plan sono state oggetto di infinite dissertazioni accademiche, rapporti istituzionali, dichiarazioni politiche e trattati governativi. L’elenco degli elementi necessari per il successo è composto da una certa quantità di armonizzazione delle aspirazioni, delle pratiche e delle prestazioni economiche; un grado di omogeneità politica e culturale; la disponibilità a condividere attività comuni e rinunciare alla presa di decisioni a livello nazionale in settori chiave; infine, la capacità e la volontà di orientare il costrutto globale in modo che la combinazione di costi, rischi e benefici che ne deriva sia ragionevolmente e uniformemente condivisa. Tuttavia, è stato molto difficile raggiungere questa combinazione.
Secondo il modello familiare della politica dell’euro, i critici della Germania richiedono abitualmente concessioni che i tedeschi puntualmente rifiutano, adducendo il motivo che esse sono in contrasto con le rigide condizioni del blocco euro ed evocando, in modo lamentoso ed esagerato, i fantasmi di Weimar dell’iperinflazione e del totalitarismo. Quando la pressione aumenta, i tedeschi concedono sempre qualcosa, ogni volta a uno stadio progressivamente più avanzato del negoziato sull’orlo dell’abisso. Ma anche questa è sempre e soltanto una resa parziale, che lascia tutti insoddisfatti e non risolve alcunché. La Germania, nel complesso, è apparsa trarre beneficio dalla crisi del debito europeo – un’altra indicazione della misura in cui i tassi valutari influenzano la ripartizione dei vantaggi economici. I paesi della zona euro che si sono imbarcati nell’espansione alimentata dal debito hanno assorbito grandi volumi di esportazioni tedesche. Inoltre, la valuta della Germania è stata mantenuta più bassa rispetto al valore che altrimenti avrebbe avuto durante tutti questi episodi, garantendo in questo modo un tasso di cambio competitivo che ha permesso alle aziende tedesche di prosperare grazie al grande aumento delle esportazioni verso il resto del globo. Competitività di prezzo e grandi incrementi della flessibilità economica derivanti dalle riforme degli ultimi dieci anni hanno dato un nuovo impulso alla capacità dell’industria tedesca di realizzare prodotti che il mondo vuole comprare. In qualità di maggiore economia e maggiore creditore della zona euro, la Germania è più o meno la sola in Europa ad aver aggirato con apparente facilità la crisi finanziaria mondiale del 2007-’08 e la successiva recessione. I tedeschi, quindi, si trovano a fronteggiare le aspre critiche dei paesi debitori, che accusano la Germania di infliggere una deflazione dal carattere vendicativo agli stati periferici indebitati, il cui comportamento in precedenza ha contribuito a sostenere (e sta ancora sostenendo) i posti di lavoro e la prosperità tedesca. Agli occhi dei delusi membri dell’euro, la Germania non solo si rifiuta di assumersi la responsabilità della condizione di squilibrio dell’unione monetaria, ma professa anche un ingiusto tono moraleggiante nel criticare le malefatte dei paesi partner, le cui azioni essa stessa aveva in precedenza tacitamente condonato. Non dimentichiamoci che uno degli obiettivi dell’euro era quello di promuovere la pace e la fratellanza in Europa. Eppure, sotto le condizioni che sono emerse, l’unione monetaria ha generato campagne anti tedesche in diversi membri meridionali dell’euro, segnate da una ferocia diffamatoria che non si vedeva dai tempi della Seconda guerra mondiale.
La Germania e l’Europa hanno palesemente fallito nel trovare il giusto approccio verso il ruolo del Fondo monetario internazionale in varie operazioni di salvataggio dell’euro. Anche questo non aiuta gli sforzi volti a controllare efficacemente il sistema monetario internazionale. Nel 2010, di fronte ai primi segnali di un’incombente tempesta economica in Grecia, il governo tedesco e la Bce hanno dapprima cercato di evitare il coinvolgimento del Fmi, in base al presupposto errato che l’Europa potesse risolvere da sola i suoi problemi. Il Fondo è stato successivamente integrato nelle azioni di sostegno dell’euro, ma ha dovuto affrontare la frustrazione di essere cooptato in ruoli in cui spesso è stato costretto ad accettare compromessi sui suoi principi di finanziamento solido e sostenibile. Nel frattempo, le grandi economie di mercato emergenti, che stanno giocando un ruolo crescente nella governance dell’Fmi, stanno esprimendo chiaramente la loro insoddisfazione circa le dimensioni dell’impegno del Fondo in Europa. Non senza ragione, chiedono che una delle regioni più ricche del mondo mostri maggiore fiducia in se stessa. Nella sua relazione con gli europei, il Fmi sta conducendo un rischioso esercizio di riequilibrio che preoccupa molte persone influenti a Washington e non solo e che non soddisfa alcuno. I prestiti su larga scala concessi a ricche nazioni sviluppate, a condizioni molto più generose di quelle imposte agli stati asiatici durante la crisi finanziaria del continente del 1997-’98, hanno attirato aspre critiche da parte dei paesi in via di sviluppo, i quali accusano il Fondo di applicare due pesi e due misure. Il rapporto del Fondo con grandi paesi emergenti come Cina, India, Brasile e Russia è entrato in uno stato di tensione. Purtroppo, in considerazione dello stallo degli affari europei, il Fondo non può né progettare un passo avanti decisivo né districarsi dal pantano del debito. Ciò rappresenta una chiara minaccia per la sua quasi settantenne immagine di autorità mondiale e poliziotto monetario indipendente.
Il piano per la costruzione dello status globale dell’Europa ha avuto particolare risonanza tra i paesi all’avanguardia della crescita economica mondiale. Nel 1999 l’euro appariva a molte Banche centrali asiatiche – soprattutto di Cina e Giappone, seconda e terza economia del mondo, con le più grandi riserve di valuta – come uno strumento di salvezza economica, un’alternativa al potere monopolistico del dollaro come principale valuta di riserva internazionale e un faro di speranza per un nuovo ordine economico mondiale. Ma la realtà non è stata al passo con l’ambizione. La precedente tendenza dell’Asia di guardare all’Europa come guida per la promozione dell’integrazione economica e politica è stata sostituita dalla delusione e dal dispiacere di constatare la straordinaria capacità degli europei di perdere il controllo di un progetto volto a garantire il loro destino. L’obiettivo era quello di dare alla comunità economica mondiale l’accesso a una valuta alternativa che avrebbe potuto competere con il dollaro in attrattività e affidabilità. Ma l’aspettativa che l’euro si sarebbe sviluppato come una vera e propria controparte del dollaro è stata vanificata. In un certo senso, le disgrazie europee sono servite a fare i conti con la realtà. Gli asiatici, a loro agio in un continente amorfo le cui vorticose diversità sono molto più marcate di quelle europee, non hanno mai sviluppato piani concreti per una valuta asiatica, ma hanno guardato all’Europa come modello per una possibile azione. Dopo la débâcle europea, le prospettive di un qualsiasi tipo di valuta asiatica appaiono ancor più remote. L’Asia sta facendo sforzi per approfondire l’integrazione commerciale, armonizzare i mercati finanziari e migliorare la cooperazione monetaria regionale, in parte per costruire reti di sicurezza finanziaria come alternativa al Fmi.
I governi di tutto il continente sanno che la chiave del successo di qualsiasi tipo di esperimento monetario è il raggiungimento del consenso politico, il che – vista la miriade di controversie e rivalità che affliggono l’Asia – è ben lontano dal potersi realizzare. L’esperienza europea ha mostrato i seri pericoli derivanti dal mettere il carro monetario davanti ai buoi della politica.
Dal momento che il fulcro del denaro e della finanza mondiale si sposta lentamente verso est, le autorità monetarie asiatiche non hanno alcun desiderio di appoggiarsi completamente sul dollaro o sull’euro. Il futuro è nell’internazionalizzazione delle valute asiatiche – tra le quali lo yen e il renminbi – nel commercio e negli investimenti, e nel rafforzamento della cooperazione regionale. Shanghai, Pechino, Singapore, Hong Kong e Tokyo, nonché altri centri come Seul, Bombay, Kuala Lumpur, Jakarta e Bangkok stanno consolidando la loro importanza per le banche internazionali e gli asset manager. I risparmi asiatici sono sempre più investiti nella regione, piuttosto che essere dirottati su Londra, Francoforte e New York. Stanno emergendo i contorni di un’area economica e finanziaria asiatica più integrata. L’Asia si preoccuperà sempre più del proprio sviluppo e sarà via via meno interessata ad aiutare gli europei a risolvere le loro difficoltà. In un tale contesto, il pericolo che i diversi paesi cerchino di manipolare i valori delle divise per generare dei vantaggi competitivi può solo crescere. Una combinazione dell’aumento del numero di valute concorrenti e di una riduzione della qualità della gestione delle crisi e della competenza nel combattere le crisi, significa che, nei prossimi anni, il pericolo di guerre valutarie rimarrà un fattore costante del quadro economico mondiale.
Dal momento che il fulcro del denaro e della finanza mondiale si sposta lentamente verso est, le autorità monetarie asiatiche non hanno alcun desiderio di appoggiarsi completamente sul dollaro o sull’euro. Il futuro è nell’internazionalizzazione delle valute asiatiche – tra le quali lo yen e il renminbi – nel commercio e negli investimenti, e nel rafforzamento della cooperazione regionale. Shanghai, Pechino, Singapore, Hong Kong e Tokyo, nonché altri centri come Seul, Bombay, Kuala Lumpur, Jakarta e Bangkok stanno consolidando la loro importanza per le banche internazionali e gli asset manager. I risparmi asiatici sono sempre più investiti nella regione, piuttosto che essere dirottati su Londra, Francoforte e New York. Stanno emergendo i contorni di un’area economica e finanziaria asiatica più integrata. L’Asia si preoccuperà sempre più del proprio sviluppo e sarà via via meno interessata ad aiutare gli europei a risolvere le loro difficoltà. In un tale contesto, il pericolo che i diversi paesi cerchino di manipolare i valori delle divise per generare dei vantaggi competitivi può solo crescere. Una combinazione dell’aumento del numero di valute concorrenti e di una riduzione della qualità della gestione delle crisi e della competenza nel combattere le crisi, significa che, nei prossimi anni, il pericolo di guerre valutarie rimarrà un fattore costante del quadro economico mondiale.
di David Marsh